Mano pesante della Procura sul giro di prostituzione a Carrubbazza: coinvolta anche una minore, sfruttate le compagne degli imputati.
Si avvia verso le battute finali, con richieste di condanna decisamente severe, il processo scaturito dall’inchiesta sul presunto giro di prostituzione che aveva trasformato un appartamento del quartiere Carrubbazza in una vera e propria “casa a luci rosse”. Davanti al Tribunale di Gela, la Procura ha presentato il conto per gli imputati accusati di aver gestito un business squallido, basato sullo sfruttamento delle proprie conviventi. Il Pubblico Ministero Luigi Lo Valvo, al termine della sua requisitoria, non ha fatto sconti, invocando pene detentive pesanti che testimoniano la gravità del quadro indiziario emerso durante le indagini.
Nel mirino dell’accusa ci sono tre cittadini di nazionalità romena: Robert Maftei, Florin Maftei ed Emilian Maftei. Per ciascuno di loro, il magistrato ha chiesto una condanna a otto anni e sei mesi di reclusione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, supportata dal lavoro svolto dai poliziotti del Commissariato locale, i tre avrebbero indotto alla prostituzione le rispettive compagne, tutte ragazze molto giovani. Un sistema di sfruttamento domestico e spietato, aggravato da un dettaglio inquietante emerso nel corso dell’attività investigativa: tra le ragazze coinvolte nel giro di incontri a pagamento vi sarebbe stata anche una minorenne.
Le indagini, condotte attraverso una serie di appostamenti mirati nella zona dello stabile di via Carrubbazza e supportate da numerose intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno permesso di scoperchiare il meccanismo. Gli imputati, secondo l’accusa, non si limitavano a ospitare le ragazze, ma gestivano attivamente l’agenda degli incontri, concordando gli appuntamenti con i clienti e incassando poi i proventi delle prestazioni sessuali. Un ruolo, seppur diverso, è stato attribuito anche a un altro imputato, Marcello Ialazzo: per lui il pm ha chiesto una condanna a due anni e sei mesi. Ialazzo, inizialmente individuato come semplice cliente, avrebbe successivamente assunto la funzione di intermediario, aiutando a organizzare gli appuntamenti.
L’unica richiesta di assoluzione avanzata dalla Procura riguarda la posizione di Claudio Iannì, risultato essere il proprietario dell’immobile dove si consumavano gli incontri. Dagli atti del processo è emerso che l’uomo non avrebbe avuto alcun sentore di quanto accadeva all’interno delle mura della sua proprietà, risultando estraneo alla gestione dell’attività illecita. Adesso la palla passa alla difesa: nel corso della prossima udienza, fissata a breve, toccherà agli avvocati Giovanni Cannizzaro, Angelo Cafà, Ivan Bellanti e Vania Giamporcaro esporre le proprie arringhe difensive nel tentativo di smontare le tesi dell’accusa prima della sentenza finale.

