Caltanissetta, 30 marzo 2026 – Non è bastato il peso delle sbarre a fermare la morsa criminale di chi, anche dal carcere, continuava a tessere le trame del potere mafioso. I Carabinieri del Comando Provinciale di Caltanissetta hanno notificato oggi due nuove ordinanze di custodia cautelare a soggetti già detenuti per estorsione, svelando un retroscena ancora più cupo: un sistema di usura e autoriciclaggio alimentato dalla disperazione di chi, nel post-pandemia, non ha trovato porte aperte se non quelle dell’illegalità.
La storia inizia nel novembre 2023, quando un imprenditore del settore trasporti, messo alle strette da una crisi economica che non faceva sconti, commette l’errore fatale di rivolgersi ai canali sbagliati per un prestito di 35.000 euro in contanti. Quello che sembrava un salvagente si è trasformato rapidamente in un’ancora pronta a trascinarlo a fondo
-
Le condizioni imposte dai due aguzzini prevedevano tassi annui vertiginosi, oscillanti tra il 137% e il 140%.
-
Ogni mese, la vittima era costretta a versare quote comprese tra i 3.500 e i 4.000 euro.
-
In poco tempo, l’imprenditore è arrivato a pagare oltre 120.000 euro, di cui ben 80.000 euro erano costituiti da soli interessi, mentre il capitale iniziale restava un macigno praticamente intatto.
Ciò che rende questa indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, un manifesto del metodo mafioso è la cura quasi cinematografica nei dettagli dell’intimidazione. Per garantire che il denaro finisse nelle mani giuste, gli indagati avevano imposto un codice arcaico ma efficace: la consegna di mezza banconota alla vittima. Chiunque si fosse presentato per riscuotere avrebbe dovuto mostrare l’altra metà, un sigillo di “legittimità” criminale che non lasciava spazio a errori.
“Devi pagare, anche a costo di vendere la macchina o la moto”.
Era questo il tenore delle pressioni esercitate sulla vittima, sprofondata in uno stato di soggezione tale da indurla inizialmente alla reticenza davanti agli inquirenti. Solo di fronte all’evidenza dei documenti raccolti dai Carabinieri, l’imprenditore ha trovato la forza di confermare il quadro vessatorio in cui era intrappolato.
Per nascondere l’origine di quelle somme estorte, i due indagati avevano messo in piedi una sofisticata attività di “ripulitura” tramite una società compiacente. Il meccanismo era semplice quanto efficace: venivano emesse fatture fittizie — come una da circa 12.000 euro per materiali mai consegnati — permettendo alla vittima di pagare tramite bonifici bancari. Una volta accreditati, i fondi venivano immediatamente prelevati in contanti o spostati su carte prepagate per farne perdere le tracce.
L’operazione odierna non si ferma agli arresti e al sequestro preventivo dei conti correnti degli indagati. Il rischio di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico cittadino è apparso così concreto che la Prefettura di Caltanissetta ha recentemente emesso un’interdittiva antimafia contro una nota ditta di igiene ambientale. Il sospetto è che i legami di parentela con uno degli arrestati potessero condizionare le scelte aziendali, compromettendo la legalità del settore.
È fondamentale ricordare che, nonostante la gravità degli indizi, il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e per gli indagati vige il principio di presunzione di innocenza fino a condanna definitiva.

